
- Data inizio
- Durata
- Formato
- Lingua
- 14 apr 2025
- 4,5 giorni
- Class
- Italiano
Gestire in modo integrato e coerente una rete di vendita potenziando la capacità di prendere decisioni efficaci e sviluppando una visione strategica del sales management.
La scelta dell’argomento del blog di questa settimana è un po’ meno “slow e solidale” dei precedenti, ma osserva quanto accade anche, ma non solo, in questi ultimi giorni. Si sono scatenate reazioni, messaggi e comunicazione diffuse one-to-many - attraverso mass-media quali TV, radio e giornali nonché con il coinvolgimento di altre istituzioni – o one-to-one o many-to-many perché a catena e scambiate tra user che impiegano social network e piattaforme diverse.
Ma che succede?
L’odio è umano. L’odio risiede nelle persone e si rivolge alle persone.
L’odio si palesa come una estrema e profonda componente affettiva negativa, andando ben oltre la semplice sensazione, sovente di natura passeggera. Proprio perché umano, una prima osservazione ci conduce a considerare le persone come target verso cui indirizzare l’odio, qualcuno che possa raffigurarsi e assumere le sembianze umane e contro cui combattere.
Non meraviglia, quindi, che durante la trasmissione “Fuori dal Coro” con intervista a Vittorio Feltri, in onda su Rete4 il 21 aprile 2020 - come evidenzia il Consiglio di Agcom, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni - siano stati “espressi giudizi sommari e ingiustificati volti a riproporre stereotipi relativi alla provenienza territoriale dei cittadini italiani” (contro i cittadini, le persone del nostro meridione) e il comportamento del conduttore (ancora umano!) “non abbia assicurato il rispetto dei principi e delle disposizioni cui devono adeguarsi i fornitori di servizi media audiovisivi e radiofonici soggetti alla giurisdizione italiana nei programmi di informazione e intrattenimento, per assicurare il rispetto della dignità umana e il principio di non discriminazione e contrasto alle espressioni di odio”, come definite alla lett. n) dell’art. 1 della Delibera 157/19/CONS”. Ed ancora, la trasmissione e i relativi contenuti sono stati giudicati gravi, con Delibera 157/19/CONS, in termini di violazione dei principi e degli obblighi del Regolamento di contrasto all'”hate-speech”.
Abbiamo persone verso cui scagliarsi, persone che agiscono e, non meno importante, persone da raggiungere per lo share: si chiama audience!
Il “mondo web”, facilitando la comunicazione multimedia, ha inoltre fornito un luogo interattivo per parlare (e spettegolare) di celebrity e politici, sbraitare e confrontarsi sull’evento sportivo preferito o lo spettacolo più premiato. Prendiamo ad esempio due persone note come Harvey Weinstein e Donald Trump che hanno sortito un odio di differente intensità, accompagnato da reazioni e un impiego dell’ampia community digitale molto diverse: reagire e rispondere con campagne o movimenti sociali e di opinione come #MeToo o “combattere” a suon di tweet.
A conferma della numerosità dei messaggi e di più complessi discorsi d’odio tra le persone e on-line, Amnesty International, da sempre impegnata nella difesa dei diritti umani, dal 2018 misura il livello di intolleranza nel dibattito online attraverso il “Barometro dell’odio”. Tra novembre e dicembre 2019, per 5 settimane, Amnesty International ha raccolto e analizzato dei contenuti (post, tweet e commenti) relativi a 20 personalità influenti nel panorama italiano: 10 donne e 10 uomini quali influencer. L’organizzazione si è espressamente dedicata all’odio di genere - denominato il “Sessismo da tastiera” - evidenziando, ancora una volta, che si tratta di persone verso cui scagliarsi, che in questo caso sono state prevalentemente donne.
Comprendere a fondo l’odio può aiutare a ricercare i modi più adatti per contenerlo, affrontarlo, difendersi e addirittura combatterlo.
L’odio, come estrema e profonda componente affettiva, dura nel tempo, si sedimenta, conduce a risposte/reazioni importanti e, il più delle volte, agenti sul se profondo-identitario e fortemente coinvolgenti verso gli altri, sviluppando la cosiddetta cancel culture, tesa ad esercitare influenza negativa sugli altri sino a raggiungere - personalmente e/o spingendo gli altri - l’abbandono della marca.
In funzione dell'intensità o temperatura dell'odio verso la marca se ne può cristallizzare una tassonomia: a) fredda, b) tiepida o c) calda. Dal cold-brand-hate – quando non si accetta statura/importanza o dominanza culturale del mercato/paese di provenienza del brand – al warm-brand-hate, quando ci si distanzia dai consumatori-tipo e stereotipi negativi del brand oppure si sente incompatibilità tra la marca e il ruolo sociale svolto, sino all’hot-brand-hate, riferito all’incompatibilità ideologica con marca e sue promesse rispetto alle credenze profonde e radicate nei consumatori.
Detto in altro modo, difficile non accorgersene e non ascoltare o far finta di niente: l’odio si fa sentire.
E’ utile quindi comprendere non solo il livello di intensità del brand hate, ma anche le reazioni che quest’ultimo può determinare.
Le reazioni dei consumatori possono essere soft, presentandosi come “reattive” nel caso di cold-brand-hate (es. non dedicare tempo e attenzione, non occuparsene, sentire un fastidio se capita sott’occhio, am neinte di più), oppure “evitanti” nel caso di warm-brand-hate attraverso forme variegate di disimpegno dalla marca percepita come antipatica (es. in caso di invito a prova/consumo non si esita a dichiararsi “contro”, si può sviluppare un word-of-mouth-WOM negativo, ci si aggrega o ci si descrive come appartenenti a tribù distanti dal brand). Infine, nel caso degli hot-hate-brand, le reazioni degli odiatori possono essere dure, immediate e intense/forti nonché descrivibili come “proattive”. Tali reazioni possono essere estreme e foriere di atteggiamenti scatenanti emozioni come la rabbia, oppure causare risposte aggressive e di odio-ostentato nei confronti del brand, con un'escalation espressiva ma anche effettiva come il divorzio e l’abbandono. Ed ecco che gli odiatori-proattivi cancellano la marca e esercitano pressioni che spingano anche altri a farlo.
Un singolo passo falso compiuto dai brand - come un rialzo dei prezzi, un tweet “impulsivo”, un comunicato stampa non centrato e un hate-speech - può essere sufficiente per determinare un fastidio ed essere un iniziale propulsore di antipatia; certo, se esso è reiterato nel tempo più minarne la base fiduciaria. Se poi gli errori commessi dal brand superano la “soglia dell’onestà” e vengono percepiti come un agire illecito: un ambiente di lavoro tossico, una sicurezza lassista, uno scandalo, un incidente (es. Volksvagen e Boeing, di cui è inutile ricordare le problematiche connesse alla posizione ottenuta tra i brand più odiati in alcuni periodi/anni), pratiche commerciali non etiche possono determinare la crisi e/o ottenere disprezzo da un ampio segmento di consumatori che abbandonano la marca e invitano gli altri a farlo in modo insistente.
Il comportamento anti-brand è stato definito come “l’intenzione, volontaria e deliberata, di evitare o rifiutare un brand o persino di agire con comportamenti che dimostrino il rifiuto, esprimendo emozioni o atteggiamenti negativi, bloggando, postando o protestando in pubblico, boicottando o addirittura sabotando le marche o le aziende nonché i relativi proprietari” (Bryson et al. , 2013). Ed ecco che riaffiorano le persone.
Pensando “ai relativi proprietari” - e quindi le persone verso cui riversare la rabbia, l’odio - mi vengono in mente le innumerevoli reazioni o proteste contro-patron in Italia in ambito calcistico, spesso attraverso comunicati sui social, flash-mob organizzati o out-of-home/lenzuola (da cui il termine “lenzuolai”) affisse ben in evidenza in zone centrali delle città della squadra o nel cuore della disputa: le ringhiere esterne allo stadio, le balaustre a fondo campo o sulle curve (gli ultras solitamente risiedono qui!) all’interno dello stadio.
Il più delle volte le proteste lamentano prezzi alti praticati per il ticketing, sconfitte non accettate o non accettabili; vendite, non-acquisti o acquisti di calciatori “discutibili” per il mantenimento o il rafforzamento della squadra; comunicati o parole non condivisibili e ritenute offensive o lesive verso le persone e così via. A protestare sono proprio i tifosi più accaniti, fan indomiti della squadra, sovente organizzati in gruppi. Giusto per citarne uno, basti pensare alla “calda piazza di Firenze” e al Gruppo 1929 che ha firmato innumerevoli striscioni contro la Fiorentina. Anche all’interno della classifica delle dieci marche più odiate in USA, i brand sportivi, a livello di lega (NFL) o di squadra (Washington Redskins nel 2019 e Houston Astros nel 2020), accolgono l’odio da parte del pubblico.
Le reazioni di tifosi, fan e ultras da proteste verbali o scritte sui diversi social media, sfruttando l’"attivismo hashtag" su Twitter, Facebook o le diverse piattaforme, oltre a sensibilizzare su questioni di fondo esercitano pressioni contro le marche, che possono poi tramutarsi in effettivi comportamenti anti-brand con la diserzione alle partite o in trasferta (es. NFL in USA).
In modo paradossale, quasi in contrapposizione all’attuale comunicazione positiva e compassionevole, l’odio sembrerebbe essersi sviluppato; tutto ciò che è “contro e avverso” nei toni, nelle parole, nei termini viene immediatamente visto, indicato, censurato e accusato. Al contempo, la crescente attenzione a informazioni sospinte sia da esigenze conoscitive nell’audience sia da modi, forme e modalità - on-line e off-line, su media tradizionali, social, piattaforme digitali e così via – fungono da effetto amplificativo e come cassa di risonanza per una più facile diffusione delle “marce dell’odio”.
Quindi attenzione, l’odio è un sentimento umano profondo (in cui ci si rispecchia e si riversa verso le persone) con diverse sfumature e intensità, che si diffonde velocemente e, proprio per questo, il brand non dovrebbe mai abbassare la guardia o dimenticarsene, anzi: va capito, approfondito e gestito, se possibile, sul nascere. Prima che sia troppo tardi.